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La banda del gobbo

giovedì 3 gennaio 2008

La banda del gobboFinalmente sono riuscito a vedere anche “La banda del gobbo” e posso quindi portare avanti il progetto di recensioni dei poliziotteschi del filone romano, iniziato alcuni mesi fa con “Il trucido e lo sbirro”.

“La banda del gobbo” è un film del 1977, diretto da Umberto Lenzi, già regista di classici come “Milano odia: la polizia non può sparare”, “Roma a mano armata” e “Il trucido e lo sbirro”.

Tomas Milian diventa il vero mattatore della storia e del filone, arrivando a interpretare addirittura due personaggi, i gemelli Vincenzo e Sergio Marazzi, meglio conosciuti come “Il gobbo” e “Er Monnezza”. Il primo era già comparso, ma come personaggio di secondo piano e con la gobba a sinistra, invece che a destra, in “Roma a mano armata”, mentre il secondo era nato un anno prima in “Il trucido e lo sbirro”.
Monnezza si guadagna da vivere a Roma facendo un po’ di lavoretti, mentre il Gobbo è un malavitoso che torna nella capitale dopo un periodo di latitanza in Corsica e trova subito un gruppetto di “amici” pronto a aiutarlo a fare un colpo, ma anche pronto a tradirlo. Il gobbo però si salva e inizia la sua vendetta, con l’aiuto di un altra manica di loschi personaggi e anche con quello del fratello Monnezza.

In questo film viene sicuramente meno il realismo che caratterizzava altri episodi del filone, la storia a volte non regge e gli “errori” della polizia sembrano fin troppo grossolani, come quando arrestano una serie di gobbi che non c’entrano niente col protagonista, quando fanno scappare il Monnezza semplicemente lasciandolo andare al gabinetto, o quando il gobbo scappa con una macchina della polizia e alla radio finge di essere il commissario facendo sparire i posti di blocco che potrebbero ostacolargli la fuga. Anche il personaggio di spicco della “madama”, il commissario Sarti, ne risente, qui interpretato da un poco incisivo Pino Colizzi.

Il personaggio più profondo è invece il Gobbo, che nel corso della storia si mostra particolarmente aggressivo con tutto e tutti, e dedicando solo un po’ di attenzioni alla sua amica ex-prostituta Maria. L’obiettivo è quello di sottolineare la vita di un personaggio ai margini, deriso e umiliato e quindi in qualche modo “costretto” a passare dalla parte del torto. Anche il rapporto con il fratello Monnezza è caratterizzato da questo dualismo, in cui si alternano momenti di conflitto e spunti di affetto ricambiato. L’apice di questa connotazione del personaggio del Gobbo viene raggiunto nel monologo all’interno del locale “chic”, in cui Vincenzo racconta la sua storia e la sua situazione, attaccando i ricchi presenti. Impossibile, guardando questa scena, non ripensare in qualche modo al monologo che alcuni anni dopo vedrà protagonista Al Pacino in Scarface.

Sono indimenticabili le brutte facce che si vedono nel film, in particolare l’Albanese (Sal Borgese), Er Sogliola (Guido Leontini) e Carmine Ciacci (Nello Pazzafini), così come un paio di apparizioni “prestigiose” come quelle di Jimmy il Fenomeno all’interno del manicomio e di Solvy Stubing, funzionaria dell’ambasciata albanese e in passato seducente testimonial della birra (ricordate “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”?).

In questo film buona parte dei dialoghi dei protagonisti sono opera di Tomas Milian stesso e pare che per questo eccessivo turpiloquio ci sia stato uno scontro continuo con il regista che non lo gradiva troppo.

Bella e ben studiata la musica di Franco Micalizzi, che accompagna tutto il film.

Non è un capolavoro, ma sicuramente un punto di riferimento del genere e la consacrazione della classe di Tomas Milian.

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